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Cronaca

Il reparto di Oncologia dell'Ospedale di Carrara capofila di un innovativo progetto a supporto delle donne operate di cancro al seno

domenica, 21 maggio 2017, 18:57

Lo scopo di Casting for Recovery Italia è di offrire alle donne la possibilità di staccare la spina nel contesto rilassante della natura, mentre si confrontano con la sfida di imparare a pescare, un'attività che può aiutarle anche dal punto di vista fisico per le problematiche legate alla funzionalità del braccio dopo l'intervento chirurgico di svuotamento ascellare, il tutto attraverso l'assistenza del personale medico, dei volontari e degli istruttori di pesca coinvolti nelle varie attività.

Raccogliere fondi sufficienti a coprire le spese necessarie all'organizzazione del primo ritiro (gratuito per le cinque pazienti partecipanti) non è stato facile, ma il traguardo è stato raggiunto, grazie alla buona volontà dei tanti che ci hanno creduto: associazioni, produttori di articoli per la pesca che hanno messo a disposizione i loro prodotti destinando il ricavato delle vendite al progetto, la Onlus Il volto della Speranza e singoli donatori. E dato che le azioni positive si diffondono, ci sono già interessamenti da parte di associazioni di pesca sportiva di altre regioni italiane che desiderano portare il progetto anche da loro. 

Abbiamo parlato con Barbara, Gina, Giovanna, Margherita, Ornella, le prime protagoniste in assoluto di questa iniziativa. 

Raccogliere la testimonianza delle loro difficoltà, del dolore, della paura, dei difficili percorsi che hanno dovuto affrontare, supportate da amici e parenti, ma purtroppo qualche volta anche no, è un'esperienza che lascia il segno.

Al di là delle singole storie, tutte diverse eppure tutte legate da più di un filo in comune, quello che più resta dentro è il loro coraggio. Sono cinque leonesse, quelle che Casting for Recovery Italia porterà a Soliera, in riva al Magra, il prossimo weekend, a pescare sorrisi e speranze, a condividere pensieri, storie, emozioni ed esperienze, a confidarsi – se lo vorranno – con la psicologa che sarà con loro, a mandare a quel paese gli istruttori di pesca quando il braccio non ne vorrà sapere di fare il lancio giusto, a lasciare infine indietro, almeno per un po', i loro tanti doveri e soprattutto il pensiero della malattia, perché non c'è spazio per troppi pensieri, nell'impegno richiesto dall'apprendimento di una nuova attività. 

Il cancro al seno è subdolo, difficilissimo da affrontare sia fisicamente che emotivamente, colpisce il simbolo per eccellenza della donna nella propria femminilità e quindi identità. Le terapie, mastectomia, chemio, radio, induzione della menopausa, sono debilitanti, i loro corpi cambiano, le loro menti devono fare i conti con emozioni che ribaltano ogni sentire precedente eppure, nonostante tutto questo, dalle parole di queste cinque donne emerge una forza vitale incredibile. 

Barbara, Gina, Giovanna, Margherita, Ornella dopo la paura, la disperazione, il disorientamento - Perché proprio a me? Perché adesso? – e a volte anche la solitudine, hanno fatto quello che quasi tutte le donne fanno. Hanno pensato "Come faccio?" preoccupandosi dei propri cari prima che di se stesse, nonostante la gravità della diagnosi, anzi, proprio a causa di quel durissimo responso. E' vero che, al di là di ogni istinto materno, questo senso di responsabilità nei confronti della famiglia nasce dal condizionamento culturale che vuole, da secoli, le donne in seconda linea rispetto ai propri bisogni, ma è anche vero che, nella malattia, il bisogno di esserci per le persone amate ha dato loro la volontà e la forza di lottare per vivere.

Come faccio a dirlo a casa, ha pensato Giovanna che è andata da sola a ritirare le analisi e non sapeva come dirlo al marito e alla figlia "...perché per me è molto più difficile pensare di dare un dolore agli altri che affrontarlo personalmente." Giovanna, così solare e positiva che "...in chemioterapia mi mettevano sempre a dar coraggio alle altre, perché dicevano che ero in grado di dare forza a quelle che si deprimevano..."

 

Come faccio con mia figlia, ha pensato Ornella, che diventava nonna due mesi dopo, come farà lei se manco io.... E poi l'ha accompagnata a partorire e si è operata il giorno dopo. Oggi dice:

"... Sapevo di doverci essere anche per loro, volevo esserci per loro, volevo veder crescere mio nipote... è importante non abbattersi, bisogna combattere anche per i nostro cari"

 

Come faccio a non far soffrire mia figlia adolescente, la figlia che ho cresciuto da sola dall'età di sei anni,  ha pensato Barbara colpita dalla malattia quando di anni ne aveva 39, e si è preoccupata così tanto d'esser forte che sua figlia le ha detto che  pareva avesse un'influenza... Barbara che non ha mai smesso di lavorare e dice "Bisogna andare avanti con tanta forza e positività, anche se a dire il vero, quando mi sento stanca e meno produttiva per i cambiamenti indotti dalla malattia, non riesco ancora ad accettarlo..."  

 

Come faccio, si è chiesta Gina, con la mia bimba, che ha solo cinque anni, dopo che abbiamo già perso suo padre, il mio compagno amatissimo, soltanto due anni fa? Come faccio a restarle vicino, ad essere forte, a non spaventarla quando perderò i capelli, come faccio ad esserci ancora per lei, che è tutta la mia vita? "E' quando poi è successo – racconta – che ho perso tutti i miei capelli, e non volevo farmi vedere dalla bambina, lei mi ha tolto la parrucca e ha detto 'Mamma, ma tu sei tanto bella anche così'..."

 

E poi c'è Margherita che ha pensato ma come, proprio adesso, questo fulmine a ciel sereno, ora che sono appena andata in pensione, ora che pensavo di poter tirare un poco il fiato dopo una vita passata a curare gli altri da infermiera, e anche nelle sue parole c'è il dolore, ma non il suo, prima di tutto il dolore dato con questa notizia a sua figlia "...un colpo terribile per lei, una cosa tremenda... " . Più che di sé Margherita racconta lo sgomento provato incontrando in terapia tante donne più giovani di lei colpite "da un male che non finisce mai..." quelle coi figli ancora piccoli, quelle – aggiunge in un sussurro – "che non ce l'hanno fatta...". Separata, con una figlia ormai grande, aggiunge solo di aver sofferto per la solitudine forse più che per la malattia, e che proprio per questo l'invito a partecipare al ritiro a Soliera è stato "... bellissimo: mi sono sentita tanto sola e sapere che potrò condividere i miei pensieri con altre donne che stanno affrontando lo stesso percorso, conoscerle, diventare amiche, confrontarci coi nostri problemi e magari sentire come loro vivono questa esperienza, è una grande opportunità."

 

Barbara, Gina, Giovanna, Margherita, Ornella saranno seguite da Istruttori della Scuola Nazionale di Pesca a Mosca CIPM, personale sanitario (medici, infermieri, psicologi) e volontari, in un alternarsi di momenti di istruzione alla tecnica di pesca, terapia medica e terapia psicologica di sostegno.

Seguite i tre giorni della loro esperienza al ritiro, i loro successi e le loro speranze sulla pagina facebook di @castingforrecoveryitalia.

 


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