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Cronaca

Morì sotto un blocco di marmo, l'azienda condannata ad un risarcimento di 425 mila euro alla famiglia

mercoledì, 13 gennaio 2021, 19:30

di francesca s. vatteroni

Non possiamo sapere se questa sentenza farà scuola, ma sappiamo sicuramente che farà storia, almeno sul nostro territorio così martoriato dai troppi incidenti sul lavoro. La sentenza n. 1295 del 30 dicembre 2020 della Corte d'Appello di Genova sezione civile sancisce inesorabilmente che l'appello è fondato e che Primo Morelli morì schiacciato contro un blocco di marmo da una zampa della gru, a causa di un incidente colposo di cui è responsabile civilmente la V. Fontanili Srl. La società dovrà quindi risarcire ai familiari, la somma di 425 mila euro per danni morali: maggiorati delle rivalutazioni, degli interessi legali e delle spese legali.

La sentenza n. 1295 /2020 è l'ultimo tassello di un mosaico processuale che si compone di quattro sentenze (due penali e due civili) e un'infinità di udienze dal 2003 ad oggi: vicenda che prese il via con la morte di Primo Morelli a seguito di un incidente avvenuto sul piazzale della ditta lapidea Euromarmi srl (oggi incorporata in V.Fontanili srl) il lontano 24 febbraio del 2003.

Una vicenda processuale complessa dove sul banco degli imputati era finita anche, come spesso accade in questi casi, la presunta colpa e disattenzione della vittima: responsabile, secondo la linea difensiva dell'azienda, la quale prendeva a sua volta le mosse dalla sentenza penale, di " un comportamento anomalo da parte di Morelli Primo il quale, lavoratore esperto e preparato, anche sotto il profilo delle norme di sicurezza, si era posto in un luogo dove non avrebbe dovuto stare; egli era a conoscenza del posizionamento del blocco di marmo a distanza di 20/30 cm dal binario, in quanto posizionato da lui stesso il venerdì precedente al lunedì giorno dell'evento; era, infine, imputabile al medesimo non aver udito il segnale di pericolo emesso dalla gru in movimento".

Ma vediamo il percorso che ci ha portato fino ad oggi, a questa sentenza così importante per il nostro territorio, capace di accendere una luce di speranza nel mondo della sicurezza sul lavoro e della Giustizia. Proprio quasi in concomitanza, con la dolorosa sentenza relativa alla strage di Viareggio.

Il 24 febbraio del 2003 Primo Morelli, 57 anni, sposato con una figlia, lavora con un contratto di co co pro per la V. Fontanili srl: il suo compito è di controllare le operazioni di segagione dei blocchi di marmo della ditta stessa. Un precario quindi senza diritti sindacali, così come prevede la normativa per quel tipo di contratto: un particolare che farà la differenza nella dinamica dei fatti, come viene messo in evidenza dai racconti dei teste, visto che il venerdì prima del lunedì dell'incidente, c'era stato uno sciopero a cui tutti i dipendenti avevano aderito ma a cui ovviamente non aderì Primo, che era un co co pro. Quel venerdì Morelli sistemò quel blocco contro cui morirà schiacciato (incastrato tra il blocco e la gru arrivata sul binario), senza che gli altri "colleghi" lo potessero vedere posizionare lì il blocco: una circostanza risultata fatale quella mattina presto di lunedì, quando due gruisti dipendenti movimentarono la gru da una postazione che non permetteva loro la visuale sul termine finale dei binari, proprio in prossimità dell'ingresso dei capannoni dove era tra l'altro più frequente la presenza di persone e senza che i due dipendenti  si accorgessero del vicino blocco posizionato lì da Morelli due giorni prima. Una gru a cavalletto su rotaie parallele movimentata dai due gruisti sul piazzale dello stabilimento Euromarmi srl (oggi incorporata in V. Fontanili srl), investiva dunque Primo Morelli schiacciandolo contro il blocco che si trovava a soli 20/30 cm dai binari. Come risulterà dalla sentenza e dall'istruttoria, i due gruisti non avevano ispezionato il percorso dei binari prima di movimentare la gru.

L'iter penale ha visto una prima sentenza di condanna nel 2005, quella di fronte al Tribunale di Massa, e una seconda sentenza in appello, questa volta assolutoria "perché il fatto non costituisce reato", presso il Tribunale di Genova nel 2009.

L'iter civile ha invece visto una tendenza inversa: c'è stata una prima sentenza in primo grado, a Massa nel 2005, che respingeva le responsabilità della ditta e la domanda di risarcimento dei danni e, in ultimo, qualche giorno fa, la sentenza di secondo grado che risarcisce le vittime riconoscendo non solo la responsabilità colposa dell'azienda, ma, sotto il profilo della sicurezza da garantire in ambiente di lavoro, riconosce anche l'equiparazione del lavoratore co co pro al lavoratore dipendente. "La Corte-recita la sentenza- rileva che emerge evidente la responsabilità dei gruisti, dipendenti della Euromarmi, nella causazione dell'evento morte di Morelli Primo per non aver rispettato tutte le norme di cautela esigibili nel caso concreto. Da tale ricostruzione è evidente che i gruisti non hanno adottato tutte le misure di sicurezza idonee a evitare il danno ed, in particolare, non hanno verificato il percorso della gru prima della movimentazione e, durante quest'ultima, non hanno adottato le dovute cautele al fine di avere la visuale su entrambi i due binari della gru. Di tale condotta colposa, tenuta peraltro nell'esercizio di un'attività pericolosa risponde, conseguentemente, sul piano civilistico, ai sensi dell'art. 2049 e 2050 cc, la società di cui essi erano dipendenti".

I testi, si legge sempre nella sentenza, avevano infatti dichiarato: "Nel momento in cui il Morelli è rimasto a contrasto con la gru lo spazio non era più di 20/30 cm e la distanza di sicurezza prescritta era di 70 cm, anche se, stante l'abolizione di tale distanza di sicurezza, questa deve essere valutata dal datore di lavoro". E il teste riferiva anche: "Se fossero stati rispettati anche i vecchi 70 cm io credo che non sarebbe rimasto schiacciato in questo modo. Tengo a precisare che comunque sia nelle zone di fronte ai locali segherie spesso e volentieri, non sempre si riesce ad avvertire il suono per il rumore di fondo che emette la segheria".

Una sentenza che assume, dunque, il doppio significato civile e civico: di condanna ai fini del risarcimento dei danni del datore di lavoro e in qualche modo di "assoluzione" della vittima.

 


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