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Cronaca

Con-vivere, durissimo attacco contro chi non si vaccina del professor Lingiardi

lunedì, 13 settembre 2021, 09:24

di francesca vatteroni

Spigliata e a suo agio la nostra Donatella Beneventi ha intervistato e assistito nel salotto di Con-vivere, Vittorio Lingiardi  psichiatrapsicoanalista e professore ordinario di Psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" protagonista di una lectio magistralis, dal titolo  "Due persone che parlano in una stanza", su ciò che è la cura, sulla pandemia e su quella che è la visione sul futuro del professore in seguito a questa esperienza.Dedicando un'analisi anche sulla questione relativa a chi ha scelto e sceglie di non sottoporsi alla vaccinazione anticovid che comunque ricordiamo essere non tradizionale e per la quale, come risulta da documenti ufficiali, si è seguita una brevità, rispetto ad altre vaccinazioni del passato, "del tempo di osservazione" nella sperimentazione.

La premessa del professore ha riguardato il concetto di cura nel rapporto con gli altri e nell'equilibrio del proprio sé. Che cos'è la cura? Il professore ha dato un'ampia spiegazione del significato:" Cura è curare cioè applicare le proprie competenze a una situazione di bisogno o di sofferenze. Però cura è soprattutto prendersi cura: curare è un insieme di azioni che richiedono uno stato mentale mentre prendersi cura è uno stato mentale che richiede una serie di azioni non necessariamente attive, anche semplicemente con l'ascolto e la presenza, come chi fa il mio mestiere. E' avere a cuore-ha sottolineato il professore aggiungendo- La cura è anche una relazione che si colloca in un movimento circolare: si rivolge al sé per poi rivolgersi all'altro e per poi riverberarsi sulla collettività e infine nuovamente sull'io. Ha una tenuta quindi sul nostro equilibrio naturale".

Ha poi affrontato inevitabilmente il tema della pandemia e di come abbia cambiato il metodo di lavoro di psicoanalisti e psicologi:"La pandemia ha messo alla prova la tenuta dei nostri sistemi di cura, sanitario ma anche psichico e relazionale. Abbiamo cambiato il nostro modo di lavorare, da terapia in presenza ad anche in distanza. La cura deve fare i conti con le occasioni e le possibilità che la realtà offre all'esercizio della cura. Ci sono regole, una delle quali l'arrivo del paziente nel luogo della cura: queste regole sono cambiate perché l'incontro è avvenuto a distanza anche se ora siamo tornati in presenza. Ma il cambiamento ha offerto l'occasione di riflettere e "Due persone che parlano in una stanza", è uno scritto di Luciana Nissim Momigliano: io l'ho conosciuta bene. Protagonista del cambiamento del modo di fare psicoanalisi avvenuto negli anni '80 del Novecento. Fece l'esperienza del campo di concentramento e ci dà un'immagine che ci aiuta a riflettere sull' importanza dell'incontro e del dialogo: abbiamo bisogno di raccontarci e di essere ascoltati per entrare nella dimensione della cura. Perché la psicoterapia è basta sulla capacità di raccontare una storia: la possibilità di ricostruire insieme a qualcuno che ci ascolta il ricordo della nostra esperienza".

"Le storie curano - ha spiegato Lingiardi - anche se ci siamo trovati di essere due persone che parlano da due stanze unite da device".

"Del resto - ha ricordato - abbiamo avuto l'esperienza della coperture del volto. E' una limitazione necessaria, ma complica alcune dimensioni nella relazione quotidiana: le identificazioni, i movimenti empatici, complica il rispecchiamento. Pensate a i non udenti che si appoggiano ai movimenti labiali. Che conseguenze potrà avere la sospensione dell'espressione e del sorriso? Mentre non si riconosceva il viso abbiamo sviluppato altre virtù: altruismo, il senso della valutazione del rischio e l'idea della protezione reciproca. Spero che abbia esaltato la capacità di comunicare con gli occhi".

Ed ecco, nel clou della conferenza, svolgere il tema delicatissimo di chi ha deciso di non sottoporsi a vaccinazione di tipo a mRna o con la proteina spike, diffidenza descritta dal professore come ipoteticamente il prodotto di paure legate all'infanzia o a posizioni ideologiche, ma non solo: il professore descrive la visione del futuro post pandemia.

"La storia passata non si può modificare, ma il racconto che facciamo a noi stessi si avvale dell'ascolto dell'altra persona e diventa percorso terapeutico - ha quindi ripreso Lingiardi - Oggi uno dei nostri compiti come psicologi è ascoltare e raccontare le storie della pandemia e secondo me la storia della pandemia che ci spinge a riflettere, ruota intorno al problema della campagna vaccinale. Mi hanno chiesto in molti cosa c'è nella testa dei no vax. Rispondo che il pensiero di una collettività è fatta da storie individuali. Questa storia diventa ancora più specifica se c'è un problema di salute e spesso il problema inizia quando siamo bambini, nel rapporto con l'autorità della cura medica e quella genitoriale".

"La mente no vax è un rompicapo - ha dichiarato il professor Lingiardi senza giri di parole - molti si chiedono come sia possibile negare l'evidenza di un intervento medico che ha drasticamente ridotto i contagi. Questo rompicapo ci spinge a riflettere sulla gestione della paura: paura di ammalarmi e paura di curarmi con qualcosa verso cui provo diffidenza. Si tratta di diffidenza, ma è anche rassicurante mettere fuori di me il senso di pericolo, identificando un pericolo".

Per il professore questione fondamentale è legata ai dosaggi e infatti ha spiegato: "Non dimentichiamo che la parola farmaco nell'antica Grecia significa rimedio, ma anche veleno. E' un problema di dosaggi: qualunque medicina se non dosata può passare da rimedio a veleno. Ed è una questione di epistemic trust, espressione che indica il grado di fiducia che il bambino prova nei confronti di una informazione che arriva da genitore o scuola. Io ho un alto livello di epistemic trust quando vado dal medico per esempio: tendo ad affidarmi. Invece un basso livello di epistemic trust produce l'idea che quella non è una cura, ma è un veleno. Posizioni che possono infarcirsi ideologicamente con un comportamento collettivo che pesca in livelli di malcontento sociale, economico, famigliare e diventa una forma di antagonismo e di protesta. Ho scoperto guardando l'archivio del museo di medicina di Filadelfia che la preoccupazione dei no vax esisteva anche all'inizio del 900: c'è un repertorio di immagini, vignette dove si vedono mamme che fuggono con bimbi in braccio inseguiti da scheletri e serpenti con la nuvoletta e la scritta "vacine". Eppure all'inizio del 900 le campagne divennero obbligatorie: quelle campagne sono diventate vaccinazioni obbligatorie che hanno salvato la popolazione mondiale da malattie debellate grazie ai vaccini. La pandemia ha aperto le finestre della nostra fragilità".

E allora, cosa dobbiamo aspettarci dal futuro, è l'ultimo punto su cui Lingiardi si è espresso. Per il professore non si potrà tornare esattamente al mondo di prima: certi comportamenti dovranno restare allo scopo di fronteggiare una situazione che comunque resterà di incertezza.

"Penso alle politiche sanitarie - ha riflettuto Lingiardi - per esempio in Lombardia, la mia regione ha sofferto la mancanza di cura del territorio, è stata amputata dei medici di base che funzionano da collettori sociali. La prima parola che vorrei consegnarvi, da mettere in valigia verso il futuro, è "complessità": siamo una squadra che cerca di costruire un futuro vivibile e questo richiede anche immaginazione e che ciascuno faccia il proprio mestiere: troppi dicono cose che non sanno o non praticano. Altra parola è "negoziazione": da produrre dentro di noi, tra parti di noi che vogliono cose diverse. Il lockdown e la tante situazioni difficili createsi non devono essere respinte in blocco e la consapevolezza di ciò che abbiamo attraversato deve darci gli strumenti per essere preparati a convivere con l'incertezza. Il vero obiettivo è imparare a vivere in una condizione di relativa incertezza. Dopo la campagne vaccinale, tutto non tornerà come prima, dobbiamo prepararci a convivere con una situazione da tenere sott'occhio sapendo che i presidi che all'inizio ci sembravano lesivi diventeranno come mettere cinture di sicurezza: comportamenti che entreranno a far parte della quotidianità. L'ultimo termine che vorrei sottolineare: tutto questo non si verificherà nel migliore dei modi se sganciamo la parola cura dalla responsabilità, perché la libertà è figlia della responsabilità e dalla capacità di riconoscere i rischi e le protezione e gli spazi di sicurezza miei che non possono interferire negli spazi di sicurezza tuoi. Questo è il tempo della pandemia che ci consegna questo futuro".

E dal pubblico arriva una domanda che sembra più una richiesta:"Come riuscire a mettere in relazione positiva i due schieramenti no vax e provax così spesso subissati da informazioni non sempre vere?"

"Due cose - ha risposto il professore - una verte sulla quantità e una sulla qualità. Pur avendo attenzione verso le minoranze però va detto che la stragrande maggioranza degli italiani risponde con fiducia epistemica alle informazioni e alle indicazioni delle cure: quantitativamente il fenomeno non è rilevante . Ed è molto articolato: ci sono molti filosofi, ma anche molte persone ruspanti portati a passare a vie di fatto ed è inoltre un fenomeno cavalcato dalla politica e dall'informazione. La cittadinanza italiana come quella francese e inglese ha avuto una risposta saggia e misurata ai sacrifici che la situazione ha creato. Per facilitare il dialogo propongo: obbligo di rispetto delle regole e delle decisioni prese dal governo e dialogo quando possibile, ma il più possibile".


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