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Cultura

L’antica sapienza carrarese del trattare il marmo dello storico laboratorio Costa

martedì, 22 gennaio 2019, 12:14

di vinicia tesconi

Tre pezzi di grandi dimensioni e pregevole fattura: un largo altare con fregi e colonnine, un fonte battesimale e un imponente ambone, in marmo bianco e intarsi colorati in  stile neoclassico. Pronti,  nel capannone del Laboratorio Costa sulla via Carriona, a Carrara, per essere imballati e spediti alla volta di Boston, dove completeranno gli arredi sacri della Holy Cross, una cattedrale cristiana grande come il duomo di Milano. In un’altra parte del capannone una porzione di un decoro del duomo di Milano originale, danneggiata, della quale, accanto, è in fase di ultimazione una sua perfetta copia. Nel laboratorio artistico dei Costa, Paolo e i figli  Manuele e Cristiano,  si sente il respiro antico, autentico, della tradizione artigiana del marmo, che è il segno più profondo tracciato dalla storia sul volto della città di Carrara, mescolato ai suoni moderni della tecnologia. Da una parte il robot che realizza gli studi dei designers e  prepara il lavoro per le mani degli artisti del marmo, dall’altra lo scalpello con cui essi cesellano l’opera. “ Il marmo, la nostra vita” è il titolo della brochure che raccoglie una sintesi della  storia dei Costa e le immagini dei loro più importanti lavori  ed è il concetto che viene fuori dalle parole di Cristiano Costa mentre parla del suo lavoro.

Partiamo dal decoro del Duomo di Milano, che ruolo avete nell’imponente macchina della manutenzione della Cattedrale di Sant’Ambrogio?

Sono vent’anni che collaboriamo con la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, che è l’ente che venne creato apposta nel 1387 per costruire la cattedrale e che da allora ha sempre avuto il compito di curarne la manutenzione. E’ una delle aziende più antiche d’Italia.  Il Duomo di Milano è realizzato in marmo di Candoglia, una pietra che proviene dalle cave della provincia di Verbania. A differenza del marmo di Carrara, il Candoglia è più spugnoso e quindi più aggredibile da agenti atmosferici e smog: per questo ha bisogno di una manutenzione continua. La Veneranda Fabbrica del Duomo ci affida da vent’anni la riproduzione di alcune parti che si sono deteriorate, che deve essere fatta,  ovviamente, nello stesso materiale di cui è fatto il  duomo. Infatti la Veneranda Fabbrica del duomo di Milano possiede una cava di Candoglia, a Verbania, che usa esclusivamente per riprodurre le parti danneggiate della cattedrale.  Per loro abbiamo realizzato moltissimi terminali di  guglie, abbiamo lavorato tanto durante il recente restauro della facciata e adesso stiamo facendo diversi lavori sulla copertura. Abbiamo realizzato in un anno la guglia numero diciotto, che è una delle 32 guglie perimetrali, che è anche  la prima che è stata rifatta. 

Dove vengono messi i pezzi originali  del Duomo danneggiati?

In parte vengono esposti nel museo del Duomo, gestito sempre dalla stessa società. Quelli più sciupati finiscono in un grande  magazzino di loro proprietà, che loro stessi chiamano “ cimitero”.Tutti i pezzi però vengono numerati e catalogati.

Gli arredi sacri per la Cattedrale di Boston come sono nati?

Noi ci siamo specializzati nella lavorazione a massello cioè in pezzi grandi: statue, capitelli,  caminetti, vasche da bagno e soprattutto arte sacra. Lavoriamo molto  per diocesi e chiese in varie parti del mondo, specialmente  negli Stati Uniti da cui ci arrivano richieste di altari e arredi sacri perché ci sono diversi architetti importanti che ci conoscono e che vogliono il made in Italy  di una certa qualità e che quindi si appoggiano a noi.

Che stile di scultura viene richiesto per l’arte sacra?

Negli Stati Uniti va molto lo stile classico e neoclassico, perché gli architetti americani sono fissati con le chiese italiane, le conoscono nei dettagli e si ispirano a queste nei loro lavori. Forse perché non hanno la tradizione artistica italiana e l’abbondanza di monumenti  che c’è in Italia, dove, al contrario, per l’arte sacra  si predilige lo stile moderno. Stiamo infatti lavorando per delle chiese a Modena e a Rieti ma in entrambi i casi  si tratta di progetti  lontani dal classico.

Parliamo della storia del vostro laboratorio: da quando esistete?

Questo capannone  è  un laboratorio di marmo dal 1850. Mio padre che ha iniziato a fare questo lavoro agli inizi degli anni sessanta, lo ha rilevato e si è messo in proprio nel 1971. All’inizio faceva solo scultura: quasi tutte le statue che si sono qui in laboratorio sono già state fatte in dimensioni triplicate almeno una volta. Mio padre ricorda tre pannelli con L’ultima Cena di tre metri ciascuno ed anche tutte le tecniche antiche per alzare le statue una volta terminate.   Dopo il 1985 il mercato  ha subito una trasformazione e il laboratorio ha cominciato a spostarsi sulle opere di architettura. In seguito io e mio fratello abbiamo affiancato mio padre e adesso lavoriamo tutti e tre insieme. Oggi i contatti di lavoro avvengono soprattutto con internet e da ogni parte del mondo. Siamo specializzati in chiese ma facciamo anche moschee, templi buddisti e ville private. Insomma facciamo tutto quello che ci chiedono.

Voi avete il robot. Che cambiamento ha portato la tecnologia nel vostro lavoro?

Il primo robot lo abbiamo messo dieci anni fa. Fino ad allora facevamo tutto a mano con le figure tipiche della lavorazione del marmo: lo scapezzatore, il modellatore,quello dedicato al panneggio. Poi, per la mancanza, in parte, di manodopera e soprattutto per la tempistica, perché oggi  sono quasi più importanti i tempi della qualità, abbiamo deciso di introdurre anche la lavorazione col robot . Il vantaggio del robot è solo quello relativo alla sgrossatura perché   la finitura va  sempre fatta a mano, se si vuole raggiungere un alto livello di qualità.  Il robot ci dà una grossa mano, ma i particolari, che sono fondamentali, devono essere fatti a mano.

La lavorazione totalmente a mano, però, esiste ancora.

Sì c’è un gruppo  di scultori, uniti in una cooperativa, che lavorano interamente a mano. Loro realizzano  solo statue  e per questo genere di opere la lavorazione esclusiva a mano diventa un importante valore aggiunto. Noi lavoriamo più su progetti di chiese e arte sacra dove questa distinzione non è molto rilevante e dove invece i tempi sono fondamentali. Comunque anche lavorando con il robot è necessario un grosso lavoro di progettazione per il quale noi abbiamo due tecnici, dedicati solo a questo.

Quanti laboratori esistono ancora a Carrara?

Credo siano intorno alla quindicina. Ognuno ha una specializzazione diversa. A Carrara si è finito per privilegiare di più il lavoro di estrazione rispetto a quello della lavorazione che è stato invece esaltato da Pietrasanta, dove non ci sono cave. “Ma la grandezza del marmo di Carrara  nel mondo l’hanno fatta le opere che da qui sono state portate ovunque” dice Manuele Costa, passando al volo. E non si può dargli torto anche perché  non è ancora cambiato nulla in ciò che rende grande e porta un pezzetto di Carrara in tutto il mondo e questo grazie anche grazie a loro. 

 

 

 

 

 


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