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Cultura

Giuseppe Pagano, prima architetto fascista, poi martire della Resistenza morto a Mauthausen

martedì, 20 aprile 2021, 23:46

Molti lo conoscono come geniale architetto, uno dei massimi del Novecento, di quella generazione che vide progettisti rivoluzionari, come Giovanni Michelucci o Adalberto Libera, segnare, con la loro opera, l'architettura del secolo scorso. Dobbiamo all'Architetto Giuseppe Pagano, ed a pochi altri, se nel corso del periodo fascista, l'architettura italiana non stata ridotta solo a vuoto monumentalismo e se è entrata, con piena dignità, nel panorama della cultura europea e mondiale.

Tra le sue molte opere sono da annoverare l'Istituto di Fisica dell'Università di Roma (1932-1935), il Convitto biellese (1932-1936), il padiglione aggiunto al palazzo della VI triennale di Milano (1936), La casa del fascio di Trieste (1937), l'Università Bocconi a Milano (1937-1941), ma si occupò anche di prefabbricazione edilizia e di arredamento.

Fu il progettista della famosa "Littorina", la motrice ferroviaria con convoglio che rivoluzionò i trasporti dell'epoca e venne esposta alla triennale di Milano del 1933. Giuseppe Pagano fu anche un grande fotografo, un eccezionale designer ed uno straordinario divulgatore della cultura architettonica. Attraverso la storica rivista Casabella, che diresse a partire dal '31, combatté la sua battaglia per il rinnovamento dell'architettura italiana, che voleva liberata dal monumentalismo imposto dal regime.

La sua adesione al movimento razionalista fu il consapevole rigetto della retorica e dell'accademismo, in nome di un rigore progettuale che aveva come presupposto un analogo rigore etico e morale fondato sul massimo rispetto dell'uomo. Nacque a Parenzo, in Istria, nel 1896. Nel 1915 italianizzò il proprio cognome, Pogatschnig, in Pagano, per potersi arruolare nell'esercito italiano che combatteva contro l'Austria.

Aderisce, nel 1919, al movimento fascista, ma nel corso del fascismo fece propria la posizione di Bottai tesa ad "un'opposizione per le vie interne". Maturata la consapevolezza dell'inconciliabilità tra fascismo e libertà, scelse definitivamente quest'ultima passando all'antifascismo militante.

Nel 1943, Pagano, col grado di Tenente Colonnello viene a Carrara dove si è temporaneamente trasferito l'Istituto Sperimentale del Genio Navale presso cui è in forza. In questa città incontra Antonio Bernieri, il Memo, Dante Isoppi, Carlo Andrei, Don Giuseppe Rosini ed altri patrioti. Dopo la caduta del fascismo si reca a Milano, dove si incontra con alcuni intellettuali che stanno riorganizzando il Partito Socialista.

Quando torna a Carrara, Don Rosini lo presenta ad Alberto Bondielli, ispiratore e coordinatore del Movimento di Liberazione Apuano. Enzo (Bondielli) e Pietro Del Giudice, hanno già organizzato le prime squadre di partigiani dislocate alle Madielle ed al Pasquilio.

Il "Gruppo Patrioti Apuani", svincolato dai partiti e sottoposto unicamente al Comitato di Liberazione Nazionale, stava cercando un ufficiale superiore che prendesse il comando del contingente armato. Giuseppe Pagano accetta la grande responsabilità con entusiasmo.

Con Don Rosini visita le Apuane, zona d'operazione dei "Patrioti Apuani". Incontra e conosce i partigiani apuani, segna sul suo taccuino i nomi dei membri del CNL e dei collaboratori sui quali contare. Durante la guerra, a Massa, dietro la chiesa del Carmine, sulla sommità della "piastronata", c'era la caserma di S. Chiara. E' un luogo ideale per approvigionarsi di armi e munizioni da destinare alla Resistenza. Prima di passare all'azione, il comandante Pagano decide di compiere un sopralluogo per studiare il posto e verificarne le difese. I militi di guardia si accorgono della sua presenza e gli intimano di allontanarsi ma lui, dopo aver finto di osservare il paesaggio, torna a perlustrare il luogo. Insospettiti i militi lo fermano. Sono le 16.00 del 6 novembre 1943.

Nonostante sia stato pestato a sangue il colonnello Pagano non parla. Assieme a Dante Isoppi, che per lo stato in cui è ridotto non lo riconosce, viene trasportato a Brescia dove ha sede il Tribunale Speciale. Lo rinchiudono nella cella che fu di Tito Speri. Gli offrono l'amnistia in cambio della collaborazione, la rifiuta sdegnosamente. La notte del 13 luglio, nel corso di un bombardamento riesce a fuggire con altri duecentosessanta prigionieri.

Raggiunge Milano e su incarico di Corrado Bonfantini assume il comando delle Brigate Matteotti, di matrice socialista, per la provincia di Milano. Una mattina, sotto l'orologio delle poste viene arrestato da un manipolo di fanatici repubblichini.

Nelle celle della Villa Trieste viene ripetutamente torturato, ma trova sempre la forza per rincuorare i compagni a non avere paura di un "branco di merdosi", come definisce i suoi aguzzini. Viene deportato in Germania dove, per cinque mesi, tra indicibili sofferenze, viene costretto a lavorare nelle gallerie delle miniere di Melk. Mino Micheli fu testimone degli ultimi momenti della vita di Giuseppe Pagano.

Nel campo di sterminio di Mauthausen, tra migliaia di uomini seminudi, corpi accovacciati su altri corpi ridotti a pelle ed ossa, immersi in un incredibile sudiciume, riconosce una "testa occhialuta". E' Pagano. Non ha neppure la forza di alzarsi. Micheli riesce a farlo trasferire nel suo blocco. Purtroppo le condizioni di Pagano continuano a peggiorare. Spirò nel campo di Mauthausen il 22 aprile 1945.

Né Massa né Carrara, città maggiori di una Provincia insignita della Medaglia d'Oro al Valor Militare, hanno dedicato una strada al primo comandante militare dei Patrioti Apuani.


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