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L'interSVISTA

L’Africa che sorride. I racconti e l'idea geniale di Michelangelo Bartolo

sabato, 29 agosto 2015, 09:29

di vinicia tesconi

Un bambino era in condizioni gravissime nel cuore dell’Africa. La tac alla testa richiedeva la lettura specialistica di un neurochirurgo e il dottor Michelangelo Bartolo, angiologo dell’Ospedale San Giovanni di Roma, era solo. Non aveva il tempo né i mezzi per trasportare il bambino in un ospedale più attrezzato . Aveva solo il suo cellulare e un’idea che gli balenò in mente. Inviò le immagini della tac ad un amico specialista in Italia. In tempi rapidissimi ricevettele informazioni necessarie per intervenire sul bambino e gli salvò la vita. Da questo episodio è nata nel 2013 la Global Health Medicine, la onlus creata dal dottor Bartolo, all’interno del progetto Dream- Comunità di Sant’Egidio che dal 2002 si occupa di cura e prevenzione di Aids e malnutrizione in Africa. Ieri sera, Michelangelo Bartolo era ospite del Castello Malaspina per parlare della sua storia, raccolta in due libri di racconti pluripremiati, in un incontro organizzato dalla scrittrice Simona Bertocchi e da Simona Bardi, membro dell’Associazione Lettori Volontari, per l’Istituto di Valorizzazione dei Castelli. Una serata piena di suggestioni, dal panorama mozzafiato del tramonto visto dalle feritoie del castello Malaspina alle storie emozionanti di un luogo lontano e poco conosciuto raccontate con semplicità e ironia da chi ha fatto una scelta di profonda solidarietà verso i veri ultimi della terra.

Come è iniziata la sua esperienza in Africa?

La prima volta che ci andai fu nel 2001 sulla spinta dell’esperienza di alcuni amici della Comunità si Sant’Egidio. Era una specie di sfida per capire se ce l’avrei fatta, visto che non era un’ipotesi che avevo mai preso in considerazione prima. Invece fu subito un’esperienza travolgente che è diventata sempre più ampia e fondamentale per la mia vita e per il mio lavoro.

L’obiettivo principale del progetto Dream è la cura e la prevenzione dell’Aids che nel mondo occidentale è diventata una malattia cronica con la quale si può convivere. Com’è la situazione in Africa?

Nell’Africa sub sahariana l’Aids ha ancora una diffusione molto grande ed ha una mortalità superiore a quella di Ebola, per la quale fortunatamente sembra essere efficace il vaccino appena creato. Per l’Aids il vaccino non esiste ma esistono cure che richiedono, tuttavia, controlli costanti e farmaci adeguati. Cose normalissime in Italia e nel mondo “civilizzato” ma ancora molto problematiche nei villaggi africani. I risultati che abbiamo ottenuto però sono veramente notevoli,soprattutto per quanto riguarda la nascita di bambini sani da madri sieropositive che ha raggiunto il 50% dei casi, grazie agli opportuni interventi nel momento del parto che impediscono lo scambio di sangue tra la madre ed il bambino.

Quali sono le principali difficoltà che trovate nel creare centri medici in Africa?

Nonostante il servizio che noi portiamo sia assolutamente gratuito e rivolto a tutte le persone di ogni età e di ogni ceto, dobbiamo ogni volta combattere con ostacoli burocratici spesso assurdi o volti intenzionalmente ad impedire la nostra azione. Il servizio sanitario locale, meno attrezzato e preparato, è a pagamento e le varie autorità locali non accolgono sempre di buon occhio chi fa loro concorrenza, gratis. Inoltre, nei rapporti con i singoli individui, si deve lottare moltissimo contro retaggi culturali e tradizionali fortissimi. Ancora oggi, in moltissimi casi, gli ammalati preferiscono affidarsi alle cure degli stregoni del villaggio piuttosto che alle nostre e spesso si fanno visitare una volta e poi non tornano più. E’ molto frequente che siano i medici che vadano ad inseguire i pazienti e che cerchino di convincerli a lasciarsi curare nel modo giusto.

La Global Health Telemedicine è nata da una situazione che lei ha vissuto personalmente. Come funziona e che obiettivi ha?

Il concetto di globalizzazione non ha solo riscontri negativi. Può essere usato anche creando circoli virtuosi come nel caso della fruizione delle diagnosi mediche. Il sistema è un po’ quello dei “ radio-taxi”. Noi installiamo nei centri sanitari più remoti dell’Africa postazioni di telemedicina che danno la possibilità di avere un secondo consulto con medici specialisti italiani. Grazie a questo sistema, ogni caso che richiede maggiori informazioni, viene sottoposto alla comunità di medici che aderiscono al progetto e contemporaneamente arrivano i dati e le immagini di esami, tac eccetera. La notifica raggiunge gli specialisti richiesti per ogni caso ed il primo disponibile, ovunque si trovi, legge gli esami e fa una diagnosi. Ci occupiamo anche di fare una formazione specifica per i medici locali per metterli nelle condizioni di usare questi mezzi agevolmente. Il sistema sta funzionando alla grande e miriamo ad ampliarlo sempre più. Il progetto più vicino è di raggiungere i paesi dell’Africa centrale che sono molto penalizzati dalle feroci guerre interne di cui sono teatro. In effetti poi, questo sistema può diventare efficace anche nel mondo occidentale ma paradossalmente è molto più difficile attivarlo in Italia che in Africa. Purtroppo,devo ripetere sempre che è più semplice realizzare complessi servizi di telemedicina in Africa, che banali servizi di telemedicina in Italia.

Come è nata la voglia di scrivere racconti?

Sin dal mio primo viaggio ho sentito il bisogno di raccontare ciò che mi capitava quasi ogni giorno attraverso mail o appunti che tenevo in un quaderno. Le persone che incontravo, le storie che mi raccontavano, gli eventi a cui assistevo. Mi ero reso conto che l’esigenza di scrivere era motivata dalla volontà di comprendere meglio una realtà che era così densa e travolgente. Me ne sono capitate di tutti i colori, a volte, anche cose buffe o divertenti. E allora ho pensato che tutti i miei scritti potevano essere raggruppati in un libro che facesse vedere un’esperienza come questa, che affronta per lo più situazioni di grande sofferenza, con un briciolo di leggerezza e con un po’ di ironia. Un modo per far capire che L’Africa non è solo lacrime ma anche sorrisi.

Andrea Camilleri ha trovato molto divertenti i suoi racconti ed ha accettato di presentare il suo libro.

Sì. E’ stato spassoso perché ha detto che quando un amico comune gli propose di leggere il mio primo libro sull’Africa lui cercò di esimersi dicendo che era vecchio, triste e malato e non poteva rattristarsi ancor di più leggendo le tragedie che accadono in quel continente. Questo è un tipico pregiudizio mentale che abbiamo tutti su ciò che viene dall’Africa. Ci sembra impossibile che là si possa anche ridere, ma non è così. E infatti Camilleri, dopo averlo letto ha voluto partecipare ad una presentazione.

A “Africa in sol maggiore” è seguito “La nostra Africa”. Si tratta di un nuovo romanzo?

No, in realtà è la continuazione del primo con altri racconti e la descrizione delle nuove esperienze e dei progressi raggiunti.

A quando il prossimo viaggio in Africa?

Ci sarò già alla fine di settembre per seguire la creazione di nuovi centri di teleconsulto in Togo. Ed ho già previsto di tornarci a novembre, ma il caldo di stasera di certo non mi ha fatto sentirne la mancanza!

Sorride divertito e segue sul telefono tre casi di diagnosi fatte in tempi da record dal servizio che lui ha creato. E la più grande soddisfazione sta nella conferma di un caso risolto, di una vita salvata, di un sorriso in più da regalare all’Africa. Non nel suo merito personale. Ed anche solo per questo, merita l’inchino.

 

 


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Franco Mare


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