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L'interSVISTA

Coronavirus, Mauro Celli primo paziente dimesso dal reparto di malattie infettive del San Luca

sabato, 21 marzo 2020, 20:08

di aldo grandi

Intervista esclusiva all'imprenditore lucchese Mauro Celli, ammalatosi a seguito della, purtroppo, famosa cena svoltasi il 21 febbraio a Segromigno in Monte. Uno dei fondatori del gruppo A. Celli di Porcari si era sentito male tre giorni dopo, il 24 febbraio, accusando febbre alta ed una forte sensazione di spossatezza. Successivamente, sottoposto al test, è risultato positivo ed è stato trasferito nel reparto di malattie infettive dell'ospedale San Luca. Nella stanza accanto alla sua è stato ricoverato il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini.

Innanzitutto dottor Celli complimenti per aver finalmente superato una prova difficile come questa.

Grazie. Indubbiamente è una prova molto dura che non avevo mai affrontato prima anche perché siamo di fronte ad un nemico subdolo e sconosciuto.

Facciamo un passo indietro. Quando e come è iniziata questa maledetta disavventura?

E' partita venerdì sera 21 febbraio quando, con gli amici di una vita del mio paese di origine che è Segromigno in Monte, avevamo deciso da almeno tre mesi di rivederci a cena e salutarci come facciamo, abitualmente, almeno una volta l'anno e dove, purtroppo, per pura sfortuna, c'erano delle persone rientrate da Milano e in particolare dalla fiera della calzatura Micam. Ovviamente inconsapevolmente, avevano contratto il virus e, quella sera, ce l'hanno trasmesso. Vorrei, però, aggiungere che il 21 febbraio era appena iniziato l'allarme di Codogno e non c'erano ancora restrizioni come quelle che sono poi state emesse.

Quella sera aveste sentore che qualcosa sarebbe potuto accadere?

Assolutamente no, la serata era stata piacevole, con i vecchi amici, eravamo 48 persone e tutto si è svolto in maniera conviviale e goliardica.

Quando ha cominciato a sentirsi male?

Io sono stato, probabilmente, tra i primi perché dalla sera di martedì 25 febbraio ho iniziato ad accusare un forte malessere. 

Cioè?

Stanchezza e spossatezza molto forti, azzeramento completo dei sensi del gusto e dell'olfatto tanto è vero che ho smesso di mangiare del tutto e ho continuato ad alimentarmi soltanto e, sostanzialmente, con tè zuccherato. Poi mi è venuta la tosse, una tosse secca all'inizio, fastidiosa e, dopo circa cinque-sei giorni, è iniziata la febbre alta, tra i 38.5 e 39 gradi. Avevo anche difficoltà respiratorie, ma sempre gestibili, non ero critico insomma. In quei giorni ho provato a contattare i numeri messi a disposizione dalle autorità sanitarie, ma, non essendo stato in nessuna zona rossa né all'estero né in Italia, non avevo le caratteristiche necessarie per fare il tampone e, per me, questo è stato un grosso problema.

In che senso scusi?

Io ero a casa e stavo male. Ho contattato il medico di famiglia come da procedura suggerita dalle disposizioni sanitarie. Il medico di famiglia, tuttavia, non essendo a conoscenza delle caratteristiche precipue del virus, mi ha curato come se si trattasse di una semplice influenza stagionale.

Mentre, ci par di capire, questa è qualcosa di più di una semplice influenza.

Verissimo. Chi dice che il Coronavirus è poco più di una semplice influenza dice una grossa bestialità. Perché può colpire in forma asintomatica, leggera, media, forte o molto forte, probabilmente anche a seconda del soggetto che viene colpito e dall'esposizione che il singolo ha avuto rispetto al virus. 

Dottor Celli, quando è che ha capito veramente che avrebbe potuto aver contratto il Coronavirus?

Questa è una domanda importante. Me ne sono accorto quando un amico che era alla cena del 21 febbraio, giovedì 5 marzo mi ha telefonato dicendomi che c'erano persone infette tra quelle che avevano preso parte alla serata. E lì ho capito che anche io avevo contratto l'infezione.

Qual è stata, sia sincero, la sua prima reazione?

Di preoccupazione e anche di paura. A quel punto ho cominciato subito a ricontattare il medico di famiglia che non aveva gli strumenti protettivi per potermi visitare e, quindi, sono rimasto in balia di me stesso. Ero a casa, stavo molto male e nessuno mi curava. Non avevo ancora fatto il tampone. Mi sono attaccato al telefono, ho iniziato a fare numeri su numeri per vedere almeno di fare un tampone a domicilio - non dovendo, io, muovermi come prescritto dalle autorità - per avere conferma, ma non è stato semplice perché c'era già, a quel punto, una alta richiesta di tamponi per cui la risposta non è stata immediata e mi è stato fatto soltanto venerdì 6 marzo. Il 7, sabato, avrei dovuto avere il responso che non ho avuto e così ho continuato a telefonare. 

Un week-end infernale?

Assolutamente sì, tanto è vero che la domenica mattina, non sapendo più cosa fare e avendo la febbre alta e una situazione generale clinica preoccupante, ho chiamato il 118.

Al suo posto Celli molta gente lo avrebbe chiamato subito e non avrebbe avuto la pazienza e la forza di aspettare.

E' vero. Alla luce di come sono andate le cose ho anche sbagliato, forse avrei dovuto sollecitare prima un intervento. 

Lei è sposato e ha dei figli. Come hanno vissuto quei giorni accanto a lei?

Stavamo tutti insieme in casa, sotto lo stesso tetto, ma avevamo già adottato delle precauzioni e io dormivo da solo e con un bagno separato. Avevo, in sostanza, già scelto di autoisolarmi. 

Ma sotto il profilo affettivo intendiamo, che momenti sono stati per loro?

Sono stati momenti difficili, soprattutto, per mia moglie che aveva subito capito che sarebbe rimasta a casa da sola con i bambini e in quarantena perché anche pensava di essere positiva come, poi, si è rivelata. 

Anche sua moglie è stata ricoverata in ospedale?

Per fortuna no. Non ha avuto sintomi forti, in particolare non ha mai avuto difficoltà respiratorie né febbre alta. Quindi, secondo protocollo, è rimasta in isolamento a casa e, adesso, dovrà fare il tampone martedì 24 marzo per appurare la eventuale negatività.

Torniamo all'8 marzo, festa della donna. Si ricorda cosa accadde quel giorno, era una domenica?

E' stata la giornata decisiva. Io, molto preoccupato per la mia salute, chiamai il 118 e, finalmente, trovai una dottoressa che comprese la gravità delle mie condizioni e, correttamente, inviò a casa, dal pronto soccorso, una dottoressa che mi ha visitato. A quel punto è stata chiamata l'ambulanza e sono stato trasferito al pronto soccorso del San Luca dove, dalle 14 fino alle 21, mi hanno fatto tutti gli esami scoprendo che avevo una polmonite in corso e sono stato ricoverato in isolamento al reparto malattie infettive.

Che cosa ha provato in questo periodo di isolamento?

Avevo una stanza da solo. Sono sempre stato solo. E' stato psicologicamente un passaggio forte, però, dovevo impegnarmi e sforzarmi per cercare di guarire e speravo che, essendo ricoverato, i medici potessero migliorare le mie condizioni così come poi è stato, anche attraverso delle terapie piuttosto forti.

Mi scusi, ma non le è passata da sola la polmonite?

Non credo, se non fossi stato ricoverato sarei finito in difficoltà respiratorie e il mio percorso sarebbe stato molto più difficile. Per quello che ne so mi hanno somministrato degli antivirali già utilizzati in passato per combattere l'infezione da Hiv e poi antibiotici e altri medicinali che non so bene cosa fossero e, soprattutto, la maschera di ossigeno 24 ore su 24, giorno e notte.

Lei ha detto di aver perso sei chili in un mese, dal 21 febbraio al 21 marzo in cui è stato dimesso, ossia oggi. Con cosa si alimentava?

Io ho perso i chili, soprattutto, mentre ero in isolamento a casa. A partire dal ricovero dell'8 marzo, piano piano ho ritrovato la voglia di mangiare e, in questi ultimi dieci giorni, sono riuscito ad alimentarmi regolarmente in ospedale. Quindi ho recuperato un po' di peso. Probabilmente ero calato anche di più.

La sua esperienza può essere di aiuto per altre persone che si trovano a vivere quello che ha vissuto lei?

Credo proprio di sì. Vorrei dire a chi, purtroppo, si trova a combattere questo virus, che esistono sia la speranza sia la possibilità concreta di guarire anche se è un percorso molto difficile che mette alla prova la persona sia da un punto di vista fisico sia psicologico. Fortunatamente io non ho avuto gravi difficoltà respiratorie e solo per questo ho evitato la terapia intensiva. Purtroppo, altre persone e anche amici vicini a me sono dovuti transitare dalla terapia intensiva che è un passaggio ancora più delicato. Quindi, mi ritengo, nella sfortuna di essere stato uno dei primi, forse, ad aver contratto il virus in Toscana, anche fortunato.

Lei Celli è un imprenditore che ha alle sue dipendenze molti lavoratori. Le misure adottate dal Governo hanno spinto molte aziende a chiudere momentaneamente i battenti. L'economia italiana è in crisi e molte attività commerciali, turistiche, ristorative e non solo, hanno abbassato le saracinesche. Secondo lei come si può affrontare questo periodo economicamente così devastante? Ha un senso restare a casa e non andare a lavorare per un periodo indeterminato?

La ringrazio della domanda perché, mi creda, è di fondamentale importanza. Giustamente la priorità è preservare la salute delle persone e dei lavoratori. Il mio auspicio è che, a livello governativo, piano piano si permetta alle aziende, attrezzate e preparate con i necessari strumenti di prevenzione per tutelare la salute dei lavoratori sia nei reparti produttivi sia negli uffici, di riprendere le attività gradualmente, coinvolgendo, magari a turno, gruppi di lavoratori, ma consentendo di ripartire. E questo vale anche per le attività commerciali. Dovranno studiare dei sistemi per poter ripartire e rimettersi in moto perché i rischi di una prossima crisi economica devastante sono altrettanto pericolosi della diffusione del virus che stiamo affrontando in questi giorni. Vorrei fare un appello alle associazioni di categoria perché tutti, in questo momento, abbiano il senso di responsabilità per preservare il lavoro: le aziende, le attività commerciali, le partite Iva e tutte quelle attività che permettono al nostro paese di andare avanti e di essere la seconda nazione manifatturiera in Europa e una delle prime al mondo. Come gruppo A. Celli stiamo anche procedendo con una raccolta di donazioni tra i nostri dipendenti e, ovviamente, l'azienda farà la sua parte per poter donare le apparecchiature salvavita al reparto di malattie infettive dell'ospedale San Luca per ringraziare della professionalità e della cura con cui hanno affrontato l'emergenza di questi giorni.

Uscito da questo inferno, ci racconta le tre cose che ha fatto per prime per riprendere la vita quotidiana?

Sono appena rientrato a casa. Ovviamente la gioia più grande è stata quella di riabbracciare i familiari. Poi mi sono fatto la doccia e una passeggiata in giardino cercando di respirare aria fresca che erano due settimane che mi mancava.

Le è tornata la fame?

Sì, devo recuperare e penso che mia moglie mi abbia preparato una cena curata e fatta con tanto amore.

 

Nella foto: Mauro Celli al momento di lasciare il reparto di malattie infettive del S. Luca, circondato dall'équipe medica che lo ha curato in queste settimane


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