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Rubriche : lettere alla gazzetta

Riflessioni su arte e politica a Massa

sabato, 23 marzo 2019, 00:12

di claudio palandrani

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lunga, ma interessante riflessione inviataci da un lettore a proposito delle polemiche artistiche e politiche degli ultimi giorni a Massa:

Temo proprio che in questi giorni, tra le polemiche sull’inaugurazione a Quercioli della lapide con la poesia Primavera de Massa di Ubaldo Bellugi, e la mostra in cui è stato esposto il Cristo Lgbt in mutande leopardate del pittore Giuseppe Veneziano, la pazienza e l’intelligenza dei massesi siano state messe alla prova. Vogliamo però cercare di cambiare, per un momento, il punto di osservazione?

Che all’arte, nelle sue molteplici manifestazioni, si debbano riconoscere l’autonomia e il diritto di esprimere, anche criticamente, un pensiero sulla società e sulla politica, almeno nel mondo “occidentale” in cui viviamo dovrebbe essere una cosa assodata. Altrettanto assodato dovrebbe essere che la politica non possa e non debba esercitare una qualsivoglia censura sull’arte e sul libero pensiero di ciascun cittadino.

Non fosse altro che per il dettato costituzionale, ben noto ai giuristi, che all’art. 33 recita: L’arte e la scienza sono libere. Ma anche volendo invocare l’art. 19 (pur esso ben noto ai giuristi) nel quale si parla del famigerato Buon costume (che però è riferito non all’arte ma a riti relativi alle varie fedi religiose), gli stessi convengono che esso non sia qualcosa di statico ma vada interpretato col mutare della società.

Stessa cosa per quanto stabilito dall’art. 21 Co (per le pubblicazioni a stampa e gli spettacoli). Quando la politica (la parte non ha importanza) ha espresso giudizi sull’arte, o peggio ha preteso di usare il suo potere per limitarne la possibilità di critica e la libertà di espressione, è finita con i roghi di libri e di quadri, e poi anche di uomini e donne. Così fece Savonarola (e mal gliene colse), così fecero gli iconoclasti islamici, bizantini e poi quelli protestanti, così fecero i nazisti con le opere degli “artisti degenerati”, così hanno fato recentemente i miliziani dell’ISIS con i siti archeologici e i musei del medio oriente.

Sembra proprio che non si riesca più a comprendere che ogni limitazione dell’espressione artistica è una “diminuzione” della nostra libertà personale e collettiva, e dello spazio culturale che l’Occidente ha assicurato ai suoi popoli nel corso della storia. Cosa hanno allora in comune la poesia Primavera di Massa di Bellugi e il quadro di Veneziani? Che sono entrambi al centro di due sordide vicende strapaesane, espressioni di una sottocultura locale che fa inorridire per la sua grevità.

Quando si sente dire che destra e sinistra non esistono più forse qualcuno si riferisce proprio a episodi come quelli che leggiamo in questi giorni sui giornali massesi. Se dovessimo giudicare l’arte sulla base morale di molti artisti, per i quali la “sregolatezza morale, politica o sessuale” è stata una regola di vita, o per il periodo storico nel quale molte opere sono state realizzate, dovremmo rinunciare a molta della produzione artistica degli ultimi millenni: nessuno leggerebbe più le poesie di Catullo o guarderebbe i dipinti di Caravaggio, nessuno ammirerebbe la Casa del Fascio di Terragni o declamerebbe le poesie di D’Annunzio (uno dei più grandi poeti del Novecento).

A questa intolleranza iconoclasta –e anche ad una non piccola dose di ignoranza- dobbiamo, a Massa, la distruzione della fontana di Cesario Fellini, di villa Dramis, o le trasformazioni edilizie di edifici razionalisti attuate unicamente con lo scopo di stravolgerne la semantica architettonica (leggi damnatio memoriae). Perché dunque demonizzare una poesia o un dipinto? Il problema, è che certa politica ha bisogno di costruirsi un nemico immaginario altrimenti non saprebbe come giustificare se stessa.

Il mio, naturalmente, non è un giudizio sulle opere! Possono piacere o meno! E non voglio neppure banalizzare il discorso dicendo che destra e sinistra si equivalgono. Ciò che mi preme ribadire è che la politica non deve agire con la scure della censura, non deve e non può usare l’arte per le sue inqualificabili pantomime ad uso della stampa e della pubblica opinione. E soprattutto, la politica non usi l’arte per regolare i suoi conti interni


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