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“Vescovo dia spiegazioni ai fedeli”: Francesco Mangiacapra scrive una lettera pubblica al vescovo Santucci sul caso Don Euro

venerdì, 7 febbraio 2020, 10:04

Dopo le rivelazioni sulla protezione di cui gode ancora l’ex prete Luca Morini da parte della Curia di Massa emerse ieri, nel corso dell’udienza del processo sul caso Don Euro, Francesco Mangiacapra, l’avvocato e gigolò napoletano che per primo ha denunciato la doppia vita dell’ex prelato, ha deciso di affidare alla stampa il suo accorato appello al vescovo di Massa Carrara, Giovanni Santucci per chiedergli di chiarire in maniera definitiva la posizione della chiesa, che lui rappresenta in tutta la vicenda. Ecco il testo della sua lettera:

Non c’è nulla di nascosto che non venga annunciato sui tetti (Luca 12,3)

Eccellenza Reverendissima Giovanni Santucci,

il disorientamento causato nella comunità dei fedeli dalle testimonianze emerse nell'ultima udienza del processo penale in capo a don Morini, richiede dei chiarimenti che solo Sua Eccellenza può fornire per poter porre fine a un turbamento ormai diffuso, fomentato anche dai dubbi sollevati dalla stampa e ormai generati nella intera comunità. Da mesi, dopo ogni udienza del processo, ricevo da parte di diversi fedeli della sua diocesi messaggi di insoddisfazione per come la Curia sta gestendo la vicenda e, soprattutto, per come il silenzio del Vescovo confonda gli animi e le coscienze. Questo silenzio viene interpretato quasi  come un’autorizzazione all'operato di don Morini e fa credere che sia cosa buona e giusta per un sacerdote continuare a separare ciò che si esercita da ciò che si è. Mi trovo costretto a riprendere pubblicamente il caso, chiedendo a Sua Eccellenza Reverendissima di chiarire pubblicamente la questione, soprattutto alla luce delle nuove norme canoniche introdotte da Papa Francesco che puniscono l'inadempienza di quei vescovi che, a conoscenza di determinate situazioni gravi, non intervengono. Il Papa prevede addirittura la dimissione del vescovo dalla sua carica per i casi più gravi. Per questo ritengo che sia suo dovere, oltre che interesse, chiarire ai fedeli quanto non ha avuto modo di dichiarare alla giustizia italiana a seguito della sua estromissione dal processo intervenuta per dei cavilli legali che, però, non la sollevano dalla responsabilità morale che il  suo ruolo di pastore le impone. Molti fedeli a causa di questa vicenda hanno perso fiducia nella Chiesa che lei rappresenta e anziché rivolgersi alla Curia, interpellano me, che già mi sento comunque coinvolto nel dare delle risposte, quando vengo ingiustamente accusato di connivenza in questa tristissima vicenda. Tanto le chiedo, non per spirito di accanimento ma per tutelare la mia personale dignità in quanto, come lei ben sa, non ho mai speculato su nessuna delle mie denunce; e tanto è dovuto alla comunità dei fedeli disorientati. L’inerzia da parte sua, Monsignor Santucci, è grave: crea una falla perché permette di continuare a operare a una persona che moralmente non si comporta secondo i dettami di una dottrina alla quale appartiene e a cui ha scelto liberamente di aderire. Una falla che permette a ogni prete di sentirsi libero di fare ciò che vuole finché il suo nome non diventa pubblico e di vedersi tutelato dai suoi superiori. Il sapore omertoso della gestione di questa vicenda non aiuta i credenti a metabolizzare una serie di eventi misteriosi  che poco si conciliano con la politica di chiarezza e onestà auspicata dal Santo Padre. I dubbi e i pettegolezzi su questa vicenda continueranno a logorare la dignità delle persone coinvolte che potranno essere riscattate solo con un chiarimento fatto dal vescovo.

Sarebbe dovere del vescovo esprimere la verità al popolo di Dio: non devo certamente essere io a ricordare a Sua Eccellenza che proprio la natura del ruolo del vescovo è etimologicamente intrisa di un mandato imprescindibile: epískopein in greco esprime il significato di osservare dall’alto, avendo una visione di insieme che consente di riconoscere la verità e distinguerla dalla menzogna. Il vescovo oltre che a difendere la verità, è tenuto per fedeltà al Vangelo, non solo a palesarla, ma anche ad accettarne le conseguenze negative, senza tentativi mistificatori.  Il vescovo è dunque investito da Cristo in persona del compito di guida del popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma, infatti, che con la consacrazione episcopale si raggiunge il vertice del sacerdozio, e con essa la missione di santificare, insegnare e governare.

Lei, monsignor Santucci, con il suo attuale atteggiamento si rende fautore di una Chiesa che perde di credibilità per una atavica incoerenza tra predicare e agire, una Chiesa che dovrebbe iniziare a rendersi conto che la gente non ha più quella “riverenza senza domande” nei confronti degli uomini di Dio. I credenti sanno che la Chiesa non è una società perfetta ma che è fatta di persone: il mistero della Chiesa è un mistero umano e divino e quando prevale l’aspetto umano anche un sacerdote può sbagliare. Ma proprio in virtù delle fede in Gesù Cristo i sacerdoti sono pronti a perdonare. Lo scandalo pone l’uomo di fede di fronte a una realtà che umanamente appare inaccettabile, ma che, tuttavia, deve essere superata da una salda visione di fede. L’umano non è sempre perfetto, talvolta è peccatore ma è perfettibile e proprio in virtù di ciò, il presule non deve temere di palesare la verità, qualunque essa sia, facendo appello a una fede fondata, sincera, che di fronte agli errori della Chiesa non si blocca perché se un credente perdesse la fede soltanto venendo a conoscenza di uno scandalo, il suo credo sarebbe ben poco saldo.

Se un sacerdote si rende colpevole di qualche debolezza, la Chiesa ha il dovere di perdonarlo perché questo è il mandato di Cristo. Ma il perdono presuppone una presa di coscienza alla base del pentimento, non una negazione finalizzata all’oblio del misfatto. Il perdono presuppone delle scuse pubbliche da parte di chi ha sbagliato e di chi ha avallato. Una dichiarazione di dispiacere per l’esistenza di uno scandalo all’interno della sua diocesi da parte sua, uomo di fede che crede, spera e prega, riceverebbe il sostegno e la solidarietà della sua comunità di fedeli. Il suo attuale silenzio, invece, è un cancro che corrode l’animo dei fedeli. Il silenzio stampa è un abile espediente politico ma non è il comportamento di un pastore la cui priorità dovrebbe essere la cura delle anime. Negare la chiarezza al popolo di Dio evitando di interfacciarsi con i mezzi di comunicazione ricorda i caratteri di un totalitarismo di certo obsoleto. Un tentativo sicuramente fallimentare, se finalizzato a nascondere ai fedeli, fatti sui quali bisognerebbe far luce nell’interesse di tutti. Il tempo dei preti colti e della gente ignorante è finito, ora anche i credenti si pongono delle domande e le pongono alla Chiesa, pretendendo delle risposte chiare.

Monsignor Santucci con la sua visione dall’alto e con la sua neutralità non potrà tacere la verità. Una verità che appartiene al popolo di Dio e non può essere trattata come un affare di palazzo.

 


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