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Rubriche : lettere alla gazzetta

"Monumenti distrutti nella democratica America: lettera aperta a Nancy Pelosi"

mercoledì, 17 giugno 2020, 15:47

di claudio palandrani

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta, scritta dall'architetto Claudio Palandrani, indirizzata al presidente della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d'America, Nancy Pelosi, sui monumenti distrutti.

Sui monumenti distrutti nella democratica America

Lettera aperta a Nancy Pelosi,

Ovvero: la lettera che la Presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America non leggerà mai

On.le ed Ill.e Presidente, Le scrive questa lettera aperta, che certamente mai leggerà, un “repubblicano italiano” che come certamente saprà, viste le sue origini abruzzesi (come del resto quelle di chi scrive), significa qualcosa di profondamente diverso dall’essere un “repubblicano americano”. Certamente, la tradizione democratica e riformista del repubblicanesimo mazziniano, nel corso delle complesse vicende storiche italiane ha avuto anche posizioni insurrezionaliste e rivoluzionarie. Si trattava però, allora, di fare l’Italia e di cacciare i tiranni, principi o papi che fossero, e la consapevolezza di combattere per una giusta causa ne dava ampia giustificazione. I giornali e la televisione di questi giorni riferiscono di abbattimenti quotidiani, negli Stati Uniti, di monumenti eretti a personaggi definiti “razzisti” e “colonialisti”, quasi che l’America non abbia nella propria vicenda storica, storie di razzismo o di colonialismo. La questione che le pongo riguarda, però, la sua personale presa di posizione riguardo alla rimozione delle statue dei generali confederati dal Campidoglio di Washington. Si immagina, Presidente Pelosi, se in Italia si cominciassero ad abbattere le statue degli Angioini o dei Borbone, dei Farnese o dei Medici, dei Visconti o dei Savoia! Nessuno di costoro era certo un campione di Democrazia o un paladino di Libertà! Per non parlare di quelle, particolarmente esecrabili, dei papi, che per due millenni hanno costantemente agito con l’Italia istituendo tribunali d’inquisizione e alzando patiboli nelle strade e nelle piazze d’Italia!

La nascita di un grande Paese come gli Stati Uniti, è passata attraverso una dolorosa serie di confronti e di scontri ideologici e militari che sono costati sangue e morte a generazioni di americani. Ma questo è avvenuto in ogni Paese che oggi si definisce una Democrazia. La Storia però non si cambia abbattendone i simulacri. Né la democrazia si rafforza distruggendo monumenti. Né si accresce la Libertà solo perché si concede quartiere alla piazza. La furia iconoclasta che si sta abbattendo su molti monumenti degli Stati Uniti d’America è una cosa riprovevole che non rende giustizia ai principi di rispetto, uguaglianza e tolleranza che la Statua della Libertà che campeggia nella baia di New York, opera dello scultore francese, massone, repubblicano e garibaldino Frédéric Auguste Bartholdi, così bene interpreta agli occhi del mondo. Ovviamente non si tratta qui di difendere principi quali il razzismo o il colonialismo; tutt’altro. Troppo facile sarebbe, però, cancellare con un colpo di spugna il passato strappando dal volto della storia le rughe che non si vogliono vedere. Quei segni terribili devono essere l’oggetto di una riflessione continua che non può essere esorcizzata voltando la pagina di un libro che non si vuole o non si osa leggere. Dopo i primi giorni, si assiste adesso, nelle lontane contrade americane, ad una furia televisiva, compressa e tutto sommato innocua, anche condivisa da larga parte di una compiaciuta componente politica e da una vasta componente della società americana che si ammanta di credenziali democratiche. Una discesa in piazza che non ha neppure la forza virulenta di una rivoluzione seria, ma che si accanisce contro monumenti, senza incontrare nessuno che si opponga a tanta distruzione. Cose di questo tipo se ne sono viste, con ben altre motivazioni ed energia, molte volte in Europa. Sono successe in Francia alla fine del Settecento, in Russia, agli inizi del secolo scorso, in Romania, quando fu abbattuto Ceausescu, in Albania, in Somalia, in Libia, in Siria. I Talebani di ogni tempo e di ogni religione hanno distrutto i monumenti espressioni di altre culture e persino di altri Talebani, non meno che l’iconoclastia sorta nella chiesa bizantina nei secoli VIII e IX che ha devastato secoli di sacre raffigurazioni prodotte da generazioni di devotissimi artisti. 2 Poi si è passati a bruciare i libri, a cominciare dalla biblioteca di Alessandria, a metterli all’indice ed erigerne pire infuocate in pubbliche piazze, fino ai roghi dei quadri degli artisti degenerati da parte dei nazisti. Infine, perché no, è stato il turno dei propugnatori di eresia, che poi altro non erano che uomini e donne che esercitavano il proprio pensiero e che hanno provato sulla propria pelle le conseguenze estreme del dogma. L’Italia, la Germania e la Russia, paesi che nel corso del Novecento hanno subito dittature terribili, erano ricolme di statue celebrative, retoriche fin che si vuole e anche assai discutibili sul piano estetico. E’ comprensibile che in una rivoluzione (vera), in una guerra, o al termine di un terribile conflitto possa esserci spazio per la vendetta e la distruzione, ma in una Democrazia in atto, quale quella americana, questo è inconcepibile. Quello che purtroppo si sta verificando nell’America di oggi (che sembra proprio non voler onorare i propri fondamenti democratici) è l’assenza progressiva di elaborazione storica da parte delle giovani generazioni.

A ciò si aggiunga l’incapacità di contestualizzare i fatti accaduti nel passato appiattendo il tempo in un presente che nega la Storia stessa nel suo divenire. Alla dilatazione digitale della conoscenza non corrisponde una profondità della stessa e tantomeno dell’indagine critica. La superficialità prende il posto della complessità, le “cose” diventano responsabili al posto degli uomini. I monumenti diventano i colpevoli e non le dottrine che li hanno generati. Il razzismo e il colonialismo si combattono nelle scuole ma le scuole non sembrano più essere pronte al compito, complice un reclutamento dei docenti spesso inadeguati al ruolo. Si combattono con l’esempio, magari portando i ragazzi davanti al monumento di un generale confederato o anche di Colombo, e facendo una lezione che sia in grado di sviluppare riflessioni critiche, profonde e personali. Si combattono leggendo e commentando insieme la follia del Mein Kampf, non bruciando una copia del libro in un’aula, che è invece uno spazio di libertà, come le piazze. Qui sta il limite della democrazia, incapace di fare i conti con la propria irrisolta zona d’ombra; nel volerla esorcizzare senza conoscerla e senza riuscire a guardarla in faccia. Torna d’attualità estrema la lezione del Grande Mazzini, che pose la scuola al centro della formazione del cittadino. La domanda torna allora ad essere questa: nell’era della rivoluzione digitale, si vogliono davvero dei cittadini? Perché il potere democratico che dovrebbe essere figlio di Voltaire e di Montesquieu, si accoda alle richieste di una piazza irata? Perché la democrazia dovrebbe temere le statue dei confederati o di Colombo? E perché Colombo, in questa analisi ridicola, dovrebbe essere messo sullo stesso piano dei razzisti confederati in un sincretismo imbecille quanto storicamente falso e pericoloso per la stessa democrazia? Questo è il vero problema che coinvolge tutto l’occidente. Se cancelliamo le tracce fisiche della storia (monumenti, documenti, ecc.) non mancherà (come di fatto non manca) chi affermerà che lo stalinismo e il comunismo non sono mai esistiti, che il nazismo ed il fascismo sono solo invenzioni e che la shoa stessa è solo figlia di una fervida immaginazione. Nella voragine di quel “vuoto che verrà a crearsi, ci sarà chi riscriverà una storia fasulla e la riempirà con pagine di menzogne. La cancellazione della memoria di un popolo, è propedeutica a cancellarne la coscienza collettiva in modo da poterlo rendere più manipolabile. Le statue dei “buoni”, e ancor più quelle dei “cattivi” devono rimanere come altrettanti moniti, sempre presenti, eretti di fronte alla coscienza degli uomini liberi, capaci di conoscere e giudicare nella propria libertà. Devono servire a sollecitare la rabbia dei giusti e a tenere viva e alta la guardia, contro ogni ritorno. La differenza non è nell’“esserci”, o nel “non esserci”, di un certo monumento. E’ nell’”esserci” o nel “non esserci” come esseri pensanti e capaci di analisi e di sintesi. E’ nell’aver scelto la strada della Democrazia e rifiutato consapevolmente quella nel razzismo e del colonialismo come scelta di vita e di pensiero.

Presidente Pelosi, come sempre, la differenza la fanno gli occhi di chi guarda e non la cosa guardata.

Claudio Palandrani


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